La mia Africa

Siamo tutti davvero stanchi di essere chiusi come se fossimo agli arresti domiciliari.

In altri luoghi del mondo antitetici all’Occidente, come per esempio in Africa, la vita è all’esterno, prevalentemente per il caldo, ma non è solo questo. Diciamo che le condizioni atmosferiche son state la causa primigenia di uno stile di vita, tutto improntato agli scambi reciproci, siano essi (solo) verbali o anche di merce.

La piazza intesa come luogo di aggregazione e di affari è all’aperto, come nell’antichità, tradizione di cui mamma Africa si fa ancora portatrice. Esistono sì, i negozi, ma per la maggior parte son estensioni di mercati dove si parla, si discute, si contratta, arte in cui soprattutto il Nord Africa eccelle.

Si parla e si ascolta. Gli Africani sono curiosissimi: vuoi perché hanno un tasso di istruzione di molto inferiore alla media occidentale a cui siamo abituati, vuoi perché viaggiano di meno, ma quando vedono qualcuno non del posto lo assalgono di domande sul dove, come, quando e ascoltano con quel che sembra un sincero interesse. La prima domanda che pongono è sempre la stessa, chi ci è stato lo sa: “Prima volta in Africa?” per testare subito chi hanno davanti e per loro, a questo punto, puoi essere solo due cose: uno che ci è stato o uno che non ci è stato, il resto non conta. Se è la tua prima volta è finita. Diventano subito i tuoi ciceroni personali e iniziano a bombardarti di domande sul come ti trovi, se ti piace l’Africa e via con i parallelismi sul mondo occidentale, che solitamente sfociano in luoghi comuni. Se invece ci sei già stato ti chiedono dove e se tu rispondi in un paese che non è il loro, ecco che arriva l’altra domanda solita: “Prima volta in (loro paese)?” e vi lascio immaginare come continua.

Sono anche dei bravi ascoltatori: per la mia esperienza, in generale, non mi sono mai sentita così ascoltata come in Africa. Gli Africani sanno entrare in empatia molto facilmente, sanno farti sentire amico da subito, a patto che tu sia disposto a lasciare aperto uno spiraglio nel tuo interiore, sennò ti salutano cortesemente e se ne vanno per altre avventure. Ma se decidi di aprirti un minimo, loro ti proteggono come se tu fossi ciò che in quel momento hanno di più caro, ti raccontano molte cose di loro e vogliono sapere altrettanto di te, del tuo paese. Credo che sia questo che spesso viene scambiato come un interesse materiale verso qualcuno di più agiato/fortunato/ricco di loro…in fondo son dei sognatori, vorrebbero solo essere come te, avere le stesse possibilità tue e invece sono africani e consapevoli dalla nascita che per quanta fortuna possano avere, hanno un pò il destino segnato; se non altro si portano dietro il peso di tutte le difficoltà subite dal loro popolo…

Anche l’operazione del mangiare viene fatta in esterna. Si mangia fuori non nel senso che intendiamo noi, al ristorante, ma in senso fisico, sotto i rami di un grande albero che accoglie amici, cugini, vicini e turisti per caso. Si condivide quel che si ha, come si fa tra persone che non hanno nulla da perdere…com’è lontano quel mondo rispetto al nostro di lustrini e paillettes dove ogni cosa materiale ha il sapore mal celato di conquista personale.

Dove c’è ricchezza dimorano sempre schegge d’odio perché si ha paura di perdere ciò che si ha; dove non c’è niente si condivide.

Se solo quest’ultimo assioma riuscisse ad accompagnarci sempre, allontanerebbe da noi presunzione e invidia, due facce di una stessa medaglia che non avrà mai, nella vita del mondo, il sapore di una vittoria…

Andrea Bellino

4 pensieri riguardo “La mia Africa

  1. Ecco, questo post mi ha fatto venire in mente due cose. La prima un passaggio di “Furore” di Steinbeck in cui si evidenziava che i poveri erano molto più pronti a condividere il poco che avevano poiché sapevano cosa significava non avere niente; la seconda il mio viaggio in Eritrea del 2007 durante il quale mio padre (che all’epoca lavorava lì) mi disse che gli eritrei a fine giornata arrivavano comunque felici perché per loro non era importante quello che avevano bensì quello che erano.

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  2. “…che gli eritrei a fine giornata arrivavano comunque felici perché per loro non era importante quello che avevano bensì quello che erano” Questo dimostra quanto loro siano evoluti e noi quanto siamo selvaggi!

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